Verdi e il Risorgimento

VIVA V.E.R.D.I.

Le prime esplicite manifestazioni del sentimento patriottico risorgimentale in Italia coincidono con l'inizio del successo popolare di Giuseppe Verdi. Nel 1842 viene rappresentato alla Scala il Nabucco e si racconta di accesi entusiasmi di popolo alle note del Va' pensiero. Sembra che il fascino della musica e delle parole del coro, atto d'accusa degli ebrei contro la dominazione straniera, vennero subito lette in chiave antiaustriaca. Non è ancora chiaro quanto ci sia di leggenda risorgimentale in questo aspetto e quanto ci sia di verità. Quello che sembra ormai accreditato è che nel 1842 Verdi non avesse ancora esatta consapevolezza della sua coscienza risorgimentale e che il coro del Nabucco non sia stato concepito come esaltazione degli entusiasmi nazionalisti. Verdi era troppo preso dalla ricerca di se stesso e della sua musica.

Il grande compositore iniziò invece ad entusiasmarsi personalmente per la rivoluzione a partire dal 1848, infervorandosi a tal punto da pensare addirittura di abbandonare la musica:

“Tu mi parli di musica!! Cosa ti passa in corpo?... Tu credi che io voglia ora occuparmi di note, di suoni? Non c'è, né ci dev'essere che una musica grata alle orecchie degli italiani del 1848. La musica del cannone!... Io non scriverei una nota per tutto l'oro del mondo: ne avrei un rimorso immenso, consumare della carta da musica, ch'è sì buona a fare cartucce (...)”
(Verdi a Francesco Maria Piave, 21 aprile 1848)

Nel 1848 Giuseppe Mazzini gli chiese di comporre la musica di un inno nazionale. Il musicista raccolse l'invito: lo spartito dell'inno Suona la tromba (Inno delle Nazioni) fu consegnato nell'ottobre di quello stesso anno.

Ma Verdi non ne era soddisfatto. E aveva ragione perché Suona la tromba non diventò quello che aveva sperato Mazzini, una "Marsigliese italiana", anzi fu un inno presto dimenticato.

Nel periodo che seguì, quello caldo in cui si formò il Regno d'Italia sotto l'egida dei Piemontesi, con le Guerre d'Indipendenza e la conquista del Lombardo -Veneto, con i plebisciti popolari e l'annessione increnta della Toscana e dell'Emilia Romagna, con l'impresa dei Mille e l'annessione del Sud Italia, con la conquista finale di Roma, sembra che la dicitura "Viva Verdi" fu più volte utlizzata dai patrioti come acronimo di "Viva Vittorio Emanuele Re D'Italia" e scritta sui muri. Sembra certo ad esempio che la scritta VIVA VERDI apparve sulle mura del teatro Apollo di Roma nel 1859 alla vigilia della rappresentazione di Un ballo in maschera e che essa dovesse essere letta come "Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia".

Nel 1859 Verdi incontrò per la prima volta di persona il Re Vittorio Emanuele II, come membro di una delegazione ufficiale incaricata di portare al sovrano il risultato del plebiscito con il quale le Province Parmensi e Modenesi avevano votato a favore dell'annessione al regno sabaudo.

Poche settimane più tardi Verdi anticipò di tasca propria le spese a favore del Comune di Busseto per l'acquisto da Genova di centosettantadue fucili per armare la Guardia Nazionale bussetana.

Al culmine del successo mondiale, nel momento del massimo entusiasmo patriottico, mise da parte lo spartito: per lui, impegno politico e mestiere della musica non potevano coesistere e in quel momento pensò addirittura di ritirarsi dal mondo della musica.